Cura dalle dipendenze

Comunità Contatto

Progetto Frida

Il progetto Frida si propone come risposta mirata alle esigenze delle donne con problemi di dipendenza incontrate in questi anni nell’ambito dell’esperienza della comunita Contatto.
Propone un intervento residenziale specifico per donne con struttura di personalita border-line associata a dipendenza da sostanze. Il progetto Frida prevede interventi specifici e multifocali che integrano vari modelli teorico-operativi quali: l’approccio motivazionale, la prevenzione della ricaduta, il modello cognitivo comportamentale mutuato da Marsha Linehan, gli studi sul trauma.

Premessa generale

La premessa da cui muove il progetto è l’assoluta necessità di trattare la dipendenza femminile in un’ottica di genere che tenga conto delle debite differenze, e che crei un luogo in grado di riconoscere l’esistenza di una specificità femminile per poter costruire percorsi individualizzati adeguati e mirati sulle necessità di ognuna.
L’instaurazione del processo di dipendenza passa attraverso percorsi nettamente differenti per uomini e donne. L’uso di sostanze è incompatibile con il concetto di femminilità socialmente condiviso, strutturato sulla base del ruolo di madre e caregiver familiare.
L’ideale di femminilità ha una funzione protettiva rispetto al consumo di sostanze ma aggrava la condizione di tossicodipendenza ad esordio avvenuto. La donna vive infatti la violazione di una doppia devianza, sia alle convenzioni sociali e alla legge, nel caso di sostanze illegali, sia alle norme sociali.
Il consumo di sostanze, inoltre, apre al sospetto della promiscuità sessuale, della prostituzione e dell’incompetenza come madre e moglie.
La donna vive un doppio stigma: l’esclusione sociale delle donne tossicodipendenti è più forte a causa della violazione delle aspettative sociali riguardanti la femminilità. Appena iniziato il percorso di dipendenza la donna entra rapidamente nel circuito di etichettamento e della conseguente profezia che si auto-avvera. In un continuo processo di ridefinizione di sé come tossicodipendente e come persona incapace di svolgere i ruoli di donna attesi dalla società.
I modelli organizzativi e le metodologie di trattamento di Comunità Terapeutiche di riferimento per molta parte delle esperienze italiane, e non, in questo settore, è basato su impostazioni più aderenti alla cultura maschile; organizzazioni molto simili a quelle delle strutture militari possono avere risvolti non sempre positivi nell’aggancio terapeutico delle donne con problemi di dipendenza.
In tal senso il Progetto Frida si dirige verso una riorganizzazione della Comunità Terapeutica ed un ripensamento degli ambienti e dei metodi di trattamento in funzione della specificità del femminile.
A livello psico-sociale uno degli obiettivi della Comunità è quello di aiutare le donne con problemi di dipendenze a riconoscere i propri bisogni attraverso un percorso di aumento della consapevolezza. Il lavoro con le donne è strutturato intorno ad alcuni punti centrali: l’empowerment; la relazione di autoaiuto tra donne; l’implementazione della capacità del femminile di prendersi cura di sé, spesso invece rivolta agli altri e poco a sé stesse; l’emersione e la valorizzazione di un sapere e di un fare al femminile.
A livello clinico nasce la necessità di un approccio sinergico ed olistico che tenga conto della maggior complessità legata alla dipendenza femminile. Le donne riportano maggiormente degli uomini un ricorso all’utilizzo di sostanze come tentativo auto- meditativo in relazione ad ambienti deprivanti, traumi, stress, depressione, alla continua ricerca di un’identità sempre più complessa da trovare e integrare per le giovani donne. Spesso queste pazienti presentano una concomitante presenza di DCA pregressi o concomitanti all’uso, esperienze di violenze, abusi e traumi subiti sia pregressi sia legati all’uso, l’incidenza di tentativi autolesivi e di suicidio tende ad essere maggiore che negli uomini, esiste inoltre l’elevato rischio di gravidanze, aborti e di mercificazione del corpo. Per non parlare di frequente situazione di dipendenza affettiva che spesso inducono le pazienti a protrarre nel tempo relazioni abusanti e patologiche.
Le comunità di modello classico rischiano di non fornire risposte specifiche e anzi di proporre spazi misti che, per queste pazienti, rischiano di non essere spazi sufficientemente protetti, tanto che gli esiti sono spesso infausti.
Alla luce di queste considerazioni nasce il progetto Frida.

Metodologia di intervento

Aspetti generali

Il modello di riferimento prevede l’integrazione di diversi approcci teorico-operativi.
È ormai dimostrato come l’esposizione a eventi traumatici sia associata a un incremento del rischio di sviluppare comportamenti compulsivi patologici di abuso di sostanze (Walsh, Fortier, Dilillo, 2010; Simpson, Miller, 2002) e altre forme di dipendenza patologica (Dion et al., 2010, 2015). Studi sull’abuso sessuale infantile hanno descritto che l’80% delle vittime di stupro ha poi sviluppato in età adulta una storia di dipendenza da sostanze (Lisak, 1994) e circa il 90% delle donne con dipendenza da alcool è stata abusata sessualmente o abbia subito gravi violenze da bambina (Switzer, 1999).
E appare altresì evidente che nell’instaurarsi della dipendenza il corpo continua a subire abusi, mercificazioni, e ferite profonde.
Inevitabile, pertanto, prediligere un contesto fortemente protetto e al femminile, dove le pazienti possano, non solo condividere e rielaborare i propri traumi, ma anche recuperare un’esperienza diretta del corpo, ricominciando a riconoscerne i segnali, prendendosene cura, e a integrare l’immagine di questo corpo con il resto del sè.
Se questo è lo sfondo sul quale andiamo a intervenire, il sintomo prevalente con cui le pazienti si presentano al Servizio è la dipendenza da sostanze.
Marlatt individua tra le situazioni di rischio di uso gli “stati interni” siano essi di natura negativa (rabbia, frustrazione, ansia, sentimenti dolorosi, conflitti) o positiva (gioia, felicità, cimento).
Considerata tale premessa, nel trattamento di pazienti con disturbo di personalità si inserisce la teoria biosociale del disturbo Borderline di personalità mutuata da Marsha Linehan che assume la disregolazione emotiva come nucleo centrale della disfunzionalità. L’autrice attribuisce tale incapacità di modulazione emozionale ad una condizione di vulnerabilità emotiva, generatasi da un ambiente invalidante, associata a strategie di regolazione emozionale poco adattive e inadeguate.
Riconoscere il carattere recidivante della dipendenza prendendo spunto dal modello di Marlatt appare fondamentale con queste pazienti. L’autore introduce il concetto di “scivolata” che indica una iniziale riapertura all’uso della sostanza che non evolve in ricaduta completa. La stessa non viene pertanto considerata come un ritorno al punto Zero, bensì come un’occasione di riflessione, consapevolezza e sperimentazione di strategie di gestione del craving, mantenimento dell’astinenza e mutamento dello stile di vita.
All’interno del percorso terapeutico si intende aiutare la paziente ad apprendere e perfezionare la capacità di modificare le risposte comportamentali emotive e cognitive legate ai problemi della vita quotidiana, apprendere e perfezionare la capacità di modificare le risposte comportamentali emotive e cognitive legate ai problemi della vita quotidiana.
Questa parte del lavoro clinico si pone in sintesi come percorso di acquisizione e sperimentazione di competenze atte alla gestione degli impulsi, alla consapevolezza di sé e dei propri stati emotivi, alla gestione e controllo del craving. Tali strumenti si intendono funzionali ad un miglioramento generale del tenore di vita, ad una percezione maggiormente realistica della propria efficacia, allo sviluppo di abilità di accettazione e di controllo degli impulsi e ad una conseguente graduale riduzione di episodi fallimentari o di ricaduta.

Aspetti specifici

Ogni paziente ha un proprio Case Manager che costituisce il punto di riferimento per il paziente, i familiari, e la struttura inviante.
Una volta avvenuto l’inserimento in struttura, viene avviato il processo di valutazione, al fine di definire il progetto individualizzato, elemento fondamentale per permettere al Case Manager di orientare le proprie azioni verso il raggiungimento degli obiettivi, come pure per verificare il lavoro svolto. Il progetto personalizzato, comprendente obiettivi e tempi del programma terapeutico, viene formulato e condiviso con il servizio inviante al termine della fase di valutazione.
Il progetto individualizzato conterrà quindi le seguenti voci:

  • Condizione dell’utente al suo arrivo
  • Macro-obiettivi del progetto in comunità
  • Obiettivi Specifici
  • Tempi di raggiungimento
  • Strategie
  • Verifica, strumenti ed indicatori
  • Validazione

Durante il primo mese di permanenza in struttura, mentre si sviluppa il processo di valutazione, è richiesto di non modificare o scalare la terapia farmacologica.

Gli strumenti di lavoro

L’équipe si avvale di alcuni strumenti che vengono proposti ai pazienti in modo mirato e funzionale alle esigenze di ognuno. Tra questi strumenti clinici:

  • Gruppi di prevenzione della ricaduta, base e avanzato
  • Colloqui di psicoterapia individuale settimanali
  • Gruppo terapeutico settimanale
  • Gruppo corporeo: spazio di lavoro sulla consapevolezza corporea, dei propri processi interni ed emotivi, dei confini tra sé e l’altro
  • Sessioni individuali di lavoro corporeo (qualora sia utile)
  • Gruppi di sostegno alla genitorialità per tutte le pazienti che lo richiedono
  • Consulenze individuali per i disturbi alimentari: il programma prevede un protocollo alimentare che faccia fronte ai meccanismi compensatori legati al cibo, che spesso le donne mettono in atto durante l’astensione dalle sostanze, e che permetta di identificare eventuali DCA per un invio maggiormente specialistico.
  • Visite psichiatriche: con l’obiettivo individuare la terapia psicofarmacologica più adatta
  • Visite Mediche col Medico di Medicina Generale, allo scopo di formulare il Bilancio di Salute e di gestire i problemi emergenti.

Strumenti educativi:

  • Colloqui di counselling col Case Manager: sono orientati al sostegno e al supporto psicologico;
  • Percorso sessualità: prevede incontri formativi e informativi ma anche incontri di condivisione di vissuti ed esperienze
  • Mindfulness: dove imparare e sperimentare contatto con sé stesse
  • Gruppo musica: condivisione emotiva attraverso musica e canzoni
  • Gruppo skill training: strumento di apprendimento e esercitazione delle proprie abilità
  • Judo: ambiente protetto dove vivere il proprio corpo in relazione con gli altri e sperimentarne confini, limiti e risorse.
  • Lavoro di rete e monitoraggio con agenzie del sociale (ambienti di lavoro, di stage, corsi formativi, ambienti ricreativi, ludici e sportivi.).

La paziente viene accompagnata ad individuare per sé e per il proprio benessere, le attività più idonee a supportare la capacità personale di auto-contenimento, gestione del sé, del proprio tempo e dei propri spazi.
Sono obbligatorie le attività di turnazione delle pulizie degli spazi comuni e dei propri spazi personali.

Il programma terapeutico: fase di attuazione e tempi

Il progetto Frida garantisce all’utenza di usufruire di professionalità e competenze multidisciplinari al fine di fornire un intervento integrato e olistico che tenga conto della complessità della dipendenza al femminile.
Il progetto prevede quindi una fase di Valutazione, della durata di 30 giorni circa, finalizzata alla conoscenza della paziente attraverso la raccolta anamnestica, la somministrazione di test, l’individuazione delle risorse e dei limiti della paziente e del suo contesto di rete al fine di formulare un progetto altamente personalizzato.
La fase di valutazione è altresì cruciale per la costruzione di una alleanza terapeutica che si concretizzi in una relazione di fiducia, sostegno e supporto.
La fase terapeutica della durata di 5/7 mesi circa è caratterizzata da un approccio complesso che tiene contro della multi-problematicità della dipendenza femminile.
Il programma prevede nello sfondo il contesto residenziale proposto come clima “affettivo protetto” dove sperimentare relazioni sane, di reciprocità e aiuto. Su questo sfondo alle pazienti viene offerto un ventaglio di proposte cliniche gruppali e singole pensate per sollecitare la significazione e la rielaborazione della propria esperienza.
La fase riabilitativa, della durata di 3/4 mesi circa, prevede la possibilità di uscita dalla struttura sia per attuare una ricerca lavorativa sia per ricostruire la rete sociale e amicale della paziente. Le attività riabilitative si affiancano al lavoro terapeutico grazie all’ampliamento ed al consolidamento della rete di servizi che collaborano alla realizzazione dei progetti, come le cooperative sociali, le agenzie interinali, gli uffici di collocamento, piccole imprese della città, centri culturali, sportivi e ricreativi, centri per il volontariato, agenzie immobiliari, gruppi di auto aiuto.
Visto il continuo e prolungato rapporto con il territorio, previsto nel progetto terapeutico, la possibilità di avere contatti con le sostanze o l’alcol è molto presente: l’eventuale esperienza della “ricaduta” nell’uso di sostanze non viene stigmatizzata ma rielaborata e ri-significata con l’utente nell’ambito della relazione di fiducia al fine di individuare risposte maggiormente funzionali alle difficoltà. Il lavoro di prevenzione alla ricaduta e di controllo e gestione del craving si colloca in modo trasversale a tutto il progetto e viene attuato sia con colloqui individuali, che tramite il gruppo di prevenzione della ricaduta, che con interventi farmacologici specifici.
Le fasi del progetto così descritte costituiscono solo un canovaccio sul quale costruire i progetti individualizzati, che, a seconda della paziente, possono prevedere variazioni nei tempi e nelle modalità.

Modalità di accesso

L’accesso avviene tramite segnalazione da parte del Ser.D o dalla paziente stessa.
A seguito di questo contatto viene fissato un colloquio conoscitivo in cui vengono indagate la situazione tossicologica, sociale e motivazionale. Viene inoltre presentato il progetto, il regolamento e la metodologia di lavoro. Il colloquio di inserimento viene svolto da un terapeuta e, se necessario, viene proposto un secondo colloquio con il medico psichiatra per eventuale approfondimento.
L’ingresso avviene alla prima data disponibile entro 30 giorni, compatibilmente con eventuali liste d’attesa.

Modalità di inserimento

Il giorno dell’inserimento in struttura verrà aperta la cartella clinica con la raccolta delle prime informazioni anamnestiche, verrà condiviso il regolamento vigente e proposto il contratto terapeutico.
Al momento dell’inserimento la struttura comunicherà a mezzo mail al servizio inviante l’avvenuto ingresso.

I tempi

I tempi della residenzialità sono individualizzati e concordati con i Servizi invianti, e vanno da un minimo di 2 mesi ad un massimo di un anno. Al termine della fase di valutazione la Comunità farà al Servizio inviante una proposta rispetto ai tempi della residenzialità, commisurata agli obiettivi ed alle caratteristiche della paziente.

Le dimissioni

Le dimissioni dal programma terapeutico possono avvenire a seguito di:

  • Gravi violazioni del regolamento
  • Per decisione della paziente stessa
  • Impossibilità di proseguo del percorso per mancato raggiungimento di obbiettivi anche minimi
  • Compimento del progetto terapeutico

Le stesse vengono inviate al Ser.D. con comunicazione a mezzo Mail entro le successive 24 ore.

A chi si rivolge

Il Progetto Contatto è un programma residenziale che accoglie donne maggiorenni con problemi di tossicodipendenza e alcoldipendenza e struttura boder-line di personalità per un massimo di 30 posti.
Non si adatta a donne con gravi disturbi mentali non compensati, comportamenti antisociali gravi, problemi organici che richiedano interventi ospedalieri. Vi è una riserva su pazienti vincolate da misure alternative alla carcerazione, per la quali deve essere valutata con attenzione la motivazione al cambiamento.

Modalità di relazione con i familiari

I familiari che intendono farsi coinvolgere nel percorso delle pazienti vengono invitati al momento dell’ingresso ad una prima conoscenza del programma e del servizio. In seguito, vengono proposti ai famigliari incontri di gruppo a cadenza
mensile e colloqui di monitoraggio del percorso assieme alla paziente o all’emergere di qualche necessità. I familiari possono altresì contattare in qualsiasi momento gli operatori telefonicamente.

Contatti

Comunità Contatto – Progetto Frida
Via Pezzana, 1
30173 Tessera, Venezia

Cell. 349 7268499
dipendenze@cogesdonmilani.it
contatto@cogesdonmilani.it

Referente clinico
Dr.ssa Lillia Caio Vitagliano
contatto@cogesdonmilani.it

Per ingressi
Dr.ssa Micaela Crestani
micaelacrestani@cogesdonmilani.it
Cell. 328 6909760